Promemoria per il trading dell'oro: i colloqui tra USA e Iran in stallo, il prezzo dell'oro nuovamente sotto pressione, la decisione della Federal Reserve farà esplodere la "super settimana"?
汇通网27 aprile—— A causa dello stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, lunedì i prezzi del petrolio sono balzati di oltre il 2%, le preoccupazioni sull'inflazione sono tornate ad essere al centro dell'attenzione e le aspettative di un rialzo dei tassi Fed per quest'anno sono leggermente aumentate, con il dollar index in lieve crescita che ha esercitato pressione sui prezzi dell'oro. Il mercato continua a monitorare gli sviluppi sullo scenario mediorientale, ma l'attenzione si sposta progressivamente verso la decisione sui tassi della Federal Reserve di questa settimana; inoltre, attese anche le decisioni di BCE, Bank of England e Bank of Japan. Verranno pubblicati anche dati chiave come il PIL USA del primo trimestre e il dato PCE di marzo.
Lunedì (27 aprile) all'apertura dei mercati l'oro spot si è leggermente indebolito, scendendo fino allo 0,65% a 4.677,60 dollari/oncia. Lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran ha portato a un salto del petrolio di oltre il 2% lunedì, le preoccupazioni sull'inflazione sono tornate a salire, le aspettative di rialzo dei tassi Fed per quest'anno sono leggermente aumentate e il dollar index è salito leggermente, esercitando pressione sui prezzi dell'oro. Il mercato continua a seguire nuovi sviluppi sul fronte mediorientale, ma l'attenzione si concentra ora sulle decisioni sui tassi della Fed di questa settimana; in aggiunta, arriveranno anche le decisioni di politica monetaria di BCE, Bank of England e Bank of Japan. In pubblicazione pure i dati del PIL USA del primo trimestre e il dato PCE di marzo. 
1. Negoziati fermi: la stancante guerra d'usura esaspera la pazienza dei mercati
I negoziati USA-Iran che il mercato attendeva con tante speranze nel fine settimana scorso si sono rivelati una "conversazione vuota" senza esiti concreti. Il ministro degli Esteri iraniano Araghi è arrivato in fretta in Pakistan con il suo "piano in tre fasi", ma lo ha poi lasciato senza nulla in mano. Il piano sembrava ambizioso sulla carta: prima porre fine alla guerra e garantire la sicurezza, poi discutere la gestione dello Stretto di Hormuz, infine affrontare la questione nucleare. Tuttavia, la risposta di Trump è stata diretta e brutale: sui social ha dichiarato senza mezzi termini che in Iran c'è una "grave lotta intestina e confusione", aggiungendo persino: "Se vogliono parlare, basta che chiamino!"
Trump non si è limitato alle parole: ha annullato la visita del suo inviato special Wietkopf e del genero Kushner a Islamabad, con la motivazione, peraltro ironica, delle "troppe spese di viaggio" e di una proposta iraniana "ancora insufficiente". Questo atteggiamento, di fatto quasi grottesco, ha portato i negoziati a uno stallo imbarazzante.
La posizione iraniana resta ferma: non parteciperà a "negoziati imposti" finché gli USA non revocheranno il blocco dei loro porti; Washington invece mantiene la sua pressione militare ed economica. Questo deficit di fiducia sta protraendo la chiusura dello Stretto di Hormuz, dove passa un quinto del traffico petrolifero globale. Gli analisti di Goldman Sachs hanno rinviato la previsione di ritorno alla normalità da metà maggio a fine giugno, alzando bruscamente le previsioni per il prezzo del petrolio nel quarto trimestre. L'escalation geopolitica quindi non è più un impulso momentaneo, ma una vera guerra di logoramento.
2. Lo spettro dell'inflazione ritorna: il petrolio caro come "doppia lama" per l'oro
Normalmente, il rischio di guerra, il rialzo del petrolio e il rafforzamento della domanda di beni rifugio sarebbero "benzina" per il prezzo dell'oro. Stavolta però lo scenario è diverso: il vero problema è che il petrolio caro sta generando uno spettro ancora più temuto della guerra, cioè l'inflazione ostinata.
Lunedì all'apertura, il petrolio WTI è arrivato fino a 96,63 dollari/barile, facendo precipitare tra gli investitori globali la paura di un’inflazione fuori controllo, più forte della domanda di beni rifugio. Si tratta di una inflazione non da domanda, bensì "cattiva", causata dai costi in seguito ai blocchi nella fornitura di petrolio. L'inflazione, generalmente amica dell'oro, perché ne rafforza la funzione di protezione del potere d'acquisto, quando però raggiunge livelli tali da costringere le banche centrali a cambiare politiche, diventa per l’oro il peggior nemico.
I mercati stanno ricalcolando le prospettive per i tassi Fed: venerdì scorso i futures Usa prezzavano quasi il 40% di possibilità di taglio dei tassi entro fine anno, ma lunedì, con il balzo delle quotazioni petrolifere, sono tornate a salire le attese di un rialzo. Questa virata riflette la profonda paura di "stagflazione". Se la Fed, per frenare l’inflazione trainata dal petrolio, manterrà i tassi alti o addirittura li alzerà ancora, il costo opportunità del possedere oro (che non genera rendimenti) aumenterà di molto. Inoltre, anche il nuovo presidente Fed Walsh, seppur considerato lievemente "dovish", deve sottomettersi davanti alla forza dell’inflazione, anche se preferirebbe politiche più morbide.
Nel frattempo, lo stallo tra USA e Iran ha finito per rafforzare il dollaro. In questa crisi energetica globale, la liquidità non si è spostata sull’oro come bene rifugio ma, al contrario, è tornata verso il dollaro. Il dollar index è salito timidamente ad inizio settimana, avvicinandosi al primo guadagno settimanale dopo tre settimane. Un apparente paradosso che trova spiegazione nella fiducia nella resilienza dell’economia USA e nella tendenza a considerare il dollaro come l’unico “cash sicuro” nei periodi turbolenti.
Per chi detiene altre valute, un dollaro forte equivale a un oro più caro, deprimendo la domanda globale. Più importante è però il cammino dei Treasury USA. Il rendimento dei titoli decennali è salito di molto, registrando il maggiore rialzo settimanale da metà marzo. Venerdì scorso era sceso temporaneamente sulla speranza che i negoziati riprendessero, ma il ritorno della delusione ha provocato un rapido rimbalzo. I Treasury fungono da benchmark nel pricing globale: un loro rialzo riduce in modo drastico la convenienza a investire in oro, che non paga interessi. In fondo, se si può detenere tranquillamente Treasury con resa superiore al 4,3%, perché rischiare sull’oro, che oscilla e non paga cedole?
Jim Barnes, strategist di Bryn Mawr Trust, ha descritto bene lo stato d’animo dei mercati: anche se la guerra si inasprisse, è difficile pensare a un’ulteriore escalation, mentre le news dall’Iran suscitano sempre meno reazioni. Non è disinteresse, ma una transizione da una logica "driven by risk-off" a una dinamica "inflation-rates driven". In questa logica, l'oro non è più il beneficiario, ma la vittima.
4. Analisi finale: oro sotto pressione a breve, focus sulla traiettoria dei tassi
Attualmente l’oro si trova nella posizione più scomoda: i benefici geopolitici sono sopraffatti dalla politica monetaria. Nel lungo termine lo stallo USA-Iran potrà forse fornire un supporto di fondo sul tema della fiducia verso il sistema valutario internazionale, ma nel breve, la paura dell’inflazione alimentata dal petrolio e la conseguente aspettativa di rialzo dei tassi sono una spada di Damocle per il prezzo dell’oro.
Questa settimana il focus si sposterà rapidamente dai tavoli di negoziato di Islamabad alle riunioni delle principali banche centrali. Le riunioni di Fed, Bank of Japan, BCE e Bank of England sono le variabili che decideranno le sorti del mercato dell’oro. Se dalla Fed dovessero arrivare segnali hawkish sul mantenimento di politiche restrittive a seguito dell’aumento dell’inflazione, il prezzo dell’oro rischia un ulteriore significativo ritracciamento.
Come affermano gli strategist di RJO Futures, il mercato è ora guidato unicamente dai titoli delle news. Prima che USA e Iran si siedano davvero a firmare un accordo sostanziale o che le banche centrali chiariscano un netto ritorno al percorso di taglio dei tassi, è probabile che l’oro prosegua nella sua fase di indebolimento volatile di tipo "buy the rumour, sell the news". Gli investitori devono essere consapevoli che, in questa gara tra superpotenze e inflazione, l’oro non è più solo il portosicuro mosso dalle cannonate, ma un termometro estremamente complesso del rischio di stagflazione globale.
(grafico daily oro spot, fonte: Yihuitong)
Fuso orario GMT+8 07:25, oro spot quotato a 4.683,03 dollari/oncia.
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